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I caduti di Vertoiba: quando la Grande Guerra torna a casa

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di Riccardo Palazzo

Tra gli alberi spezzati e la terra sconvolta dai bombardamenti si estende uno dei paesaggi più drammatici della Grande Guerra. Vertoiba, 1917: qui la guerra cancellò la natura e lasciò soltanto fango, silenzio e memoria.

Ogni tanto la storia smette di essere un capitolo di un libro e torna a respirare. Succede quando un nome riemerge dagli archivi, quando una fotografia riaffiora da una soffitta o quando, dopo oltre un secolo, la terra restituisce le ossa di un soldato. È accaduto a Vertoiba, oggi in Slovenia, a pochi chilometri dal confine italiano. Durante alcuni lavori di scavo sono stati ritrovati i resti di militari italiani caduti nella Prima guerra mondiale. Per decenni erano rimasti lì, nascosti sotto il terreno, senza una croce, senza una lapide, senza una voce che li ricordasse. Soltanto il silenzio. Il recupero di quei resti non rappresenta soltanto un’operazione archeologica o militare. È un gesto di civiltà. Significa restituire dignità a uomini che, nel momento della morte, avevano perso perfino il diritto a una sepoltura.

La Grande Guerra ha lasciato milioni di morti disseminati in tutta Europa. Molti furono identificati e riportati alle loro famiglie. Altri trovarono posto nei grandi sacrari militari. Ma migliaia di soldati rimasero semplicemente dov’erano caduti, inghiottiti dalle esplosioni, dalle frane, dal tempo. Ogni volta che uno di loro viene ritrovato, il passato si affaccia nuovamente nel presente. È un momento che dovrebbe appartenere a tutto il Paese. Eppure queste notizie raramente conquistano le prime pagine dei giornali nazionali. Passano quasi inosservate, relegate alla cronaca locale, come se riguardassero soltanto gli abitanti di quelle terre. In realtà riguardano tutti noi.

Quei giovani non morirono per una città o per una regione. Morirono indossando la stessa uniforme e portando sul bavero lo stesso stemma. Erano contadini, operai, studenti, artigiani. Provenivano da ogni parte d’Italia e parlavano spesso dialetti diversi, ma nelle trincee condividevano la stessa sorte. Quando la terra restituisce uno di loro, non torna a casa soltanto un soldato. Torna una parte della nostra storia. Per questo motivo il lavoro di chi continua a studiare quei luoghi assume un valore che va oltre la semplice ricerca storica. Cartografare le vecchie trincee, individuare quote ormai dimenticate, ricostruire il percorso delle battaglie significa impedire che quei luoghi vengano cancellati dalla memoria.

La storia non vive soltanto nei documenti conservati negli archivi. Vive anche sul terreno. Vive nelle pietre del Carso, nei camminamenti ormai coperti dalla vegetazione, nei crateri delle esplosioni, nelle gallerie del Grappa e nei piccoli cimiteri militari sparsi lungo quello che fu il fronte. Ogni luogo conserva ancora qualcosa da raccontare. Tra i momenti più intensi della cerimonia dedicata ai caduti di Vertoiba c’è stata la lettura di una poesia del colonnello Fioretti. Non era una ricostruzione storica né un esercizio letterario. Era una lettera immaginaria di un soldato alla propria madre, scritta dopo oltre cento anni di silenzio.

Il protagonista non ricorda più il proprio nome. Il tempo glielo ha portato via. Ricorda però il volto della madre, il profumo della casa, gli amici con cui divideva la trincea e l’ultimo bombardamento che trasformò il mondo in un’immensa distesa di silenzio. Quelle parole colpiscono perché ricordano una verità semplice: prima di essere soldati, erano uomini. Avevano sogni, paure, famiglie, speranze. La guerra li trasformò in numeri, matricole, reparti. Il tempo rischia di trasformarli soltanto in statistiche. La memoria, invece, restituisce loro un volto.

E forse è proprio questo il compito della storia. Non celebrare la guerra. Non costruire miti. Non alimentare divisioni ideologiche. Il suo compito è restituire umanità a chi l’ha perduta. Per questo il ritorno dei caduti di Vertoiba non riguarda soltanto il passato. Riguarda anche il presente. Ci ricorda che ogni nome recuperato dall’oblio è una piccola vittoria contro il tempo. E che una nazione capace di ricordare i propri morti è una nazione che continua a conoscere sé stessa. Perché i soldati possono cadere sul campo di battaglia. Ma muoiono davvero soltanto quando nessuno pronuncia più il loro nome.


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