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L’amicizia fatale: Mussolini scopre la potenza della Germania

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di Stefano Poma

Nel settembre 1937 Mussolini visita la Germania di Hitler e rimane impressionato dalla potenza militare, industriale e propagandistica del Reich. Il Duce si considera ancora il maestro, ma non comprende che l’allievo sta ormai diventando più forte.

Quando Mussolini arrivò in Germania nel settembre del 1937, il rapporto con Hitler era ormai molto diverso da quello del primo incontro veneziano di tre anni prima. Allora il Duce aveva guardato il Führer quasi dall’alto in basso. Adesso era Hitler a voler mostrare all’ospite italiano che la Germania non era più quella uscita sconfitta e umiliata dalla Grande Guerra. Il viaggio fu preparato come un gigantesco spettacolo politico. Mussolini visitò Monaco, assistette alle manovre militari nel Meclemburgo, vide fabbriche, reparti delle nuove forze armate e infine raggiunse Berlino.

Ovunque folle, bandiere, uniformi, parate. La macchina propagandistica nazista lavorò perché l’italiano rimanesse impressionato. E ci riuscì. Mussolini aveva sempre avuto il culto della forza e ciò che vide in Germania sembrava dimostrare che Hitler era riuscito in pochi anni a trasformare il proprio paese in una potenza nuovamente capace di dettare le proprie condizioni all’Europa. Il 28 settembre, al Maifeld di Berlino, i due dittatori parlarono davanti a una folla immensa. La scenografia diceva già molto: fascismo e nazismo volevano presentarsi come i protagonisti di una nuova Europa. Ma dietro le manifestazioni di amicizia stava cambiando qualcosa di più profondo.


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Mussolini continuava a pensarsi come il fondatore, il maestro che aveva preceduto Hitler sulla strada della dittatura. Eppure era ormai costretto a confrontarsi con una realtà evidente: l’allievo stava diventando più forte del maestro. La Germania possedeva risorse industriali e demografiche che l’Italia non poteva eguagliare e il riarmo tedesco procedeva a un ritmo impressionante. Il Duce ne rimase affascinato proprio mentre avrebbe dovuto esserne preoccupato. Tornò in Italia sempre più convinto che il futuro appartenesse alle potenze autoritarie e che le vecchie democrazie fossero destinate al declino. Era una previsione sulla quale avrebbe scommesso il destino del Paese.

Il viaggio ebbe anche conseguenze personali. Mussolini cominciò ad avvicinarsi non soltanto alla Germania, ma allo stile politico hitleriano, alla sua monumentalità, alla militarizzazione della società e alla capacità di trasformare ogni appuntamento pubblico in una rappresentazione della potenza. Hitler aveva ottenuto ciò che desiderava: non aveva semplicemente ricevuto Mussolini. Gli aveva mostrato la Germania che voleva fargli vedere. Il Duce tornò a Roma convinto di aver visitato il Paese del futuro. Non si accorse che, nell’amicizia nata tra Roma e Berlino, le parti stavano ormai cominciando a invertirsi.

Stefano Poma


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