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La guerra immaginata da Cadorna

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di Riccardo Palazzo

Nel 1914 Cadorna immaginava una guerra offensiva, fatta di grandi masse e sfondamenti decisivi. Ma trincee, mitragliatrici, reticolati e artiglierie stavano già cambiando il conflitto. E sul Carso, quella visione, avrebbe presto presentato il conto.

Quando Luigi Cadorna assunse la guida dello Stato Maggiore, il 27 luglio 1914, l’Italia non era ancora in guerra e, soprattutto, non sapeva contro chi avrebbe eventualmente combattuto. Nei cassetti c’era ancora il piano ereditato dal generale Alberto Pollio: cinque corpi d’armata italiani avrebbero dovuto raggiungere il Reno e combattere al fianco della Germania contro la Francia. La neutralità italiana rese rapidamente quel progetto carta straccia. Nell’agosto del 1914 Cadorna chiese a Salandra se dovesse preparare la guerra contro l’Austria-Ungheria. La risposta fu affermativa, sebbene ancora informale. Bisognava dunque immaginare una guerra completamente diversa.

Il 21 agosto Cadorna indicò quella che sarebbe rimasta la direttrice fondamentale della sua strategia: «Il principale sforzo dovrà essere fatto dal Friuli verso il Goriziano e il Triestino». Un’eventuale offensiva in Trentino avrebbe dovuto restare subordinata all’obiettivo principale, perché il principio era quello di non disperdere le forze e agire in massa nel punto decisivo. Il ragionamento, sulla carta, aveva una sua logica. Il problema era la guerra che Cadorna immaginava. Il generale pensava ancora a un conflitto nel quale grandi masse di uomini avrebbero potuto avanzare, sfondare il fronte nemico e raggiungere i suoi centri vitali.


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Ancora alla fine del 1914 spiegava che non bisognava accontentarsi di obiettivi locali: l’Austria doveva essere battuta «a fondo», in collaborazione con i russi. Ma intanto l’Europa stava mostrando qualcosa di completamente diverso. Mitragliatrici, reticolati, artiglierie e trincee avevano già trasformato il conflitto. La guerra di movimento stava diventando guerra di posizione. E Cadorna non poteva ignorarlo. Conosceva personalmente il Carso, dove da giovane ufficiale aveva svolto una missione di ricognizione topografica, e aveva studiato persino le guerre anglo-boere, nelle quali alcuni elementi della guerra moderna erano già comparsi.

Eppure non risulta, nel materiale esaminato, la creazione di una struttura specificamente incaricata di studiare ciò che stava accadendo sui fronti europei e di adattare rapidamente l’esercito italiano alle nuove condizioni. Qui sta forse una delle grandi contraddizioni del Cadorna del 1914-1915. Aveva intuito correttamente che disperdere le forze sarebbe stato un errore, ma continuava a immaginare la vittoria secondo schemi che la Grande Guerra stava già seppellendo. Quando l’Italia entrò nel conflitto, il 24 maggio 1915, il Carso avrebbe presentato il conto.

Riccardo Palazzo


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