Gli italiani parlano di meritocrazia come parlano del cattivo tempo: con un sospiro, scrollando le spalle e con la certezza che non cambierà mai nulla. È il nostro sport nazionale: lamentarsi del merito che non premia, salvo poi inchinarsi al santo protettore di turno, che sia un politico, un dirigente, o lo zio che conosce qualcuno. Il merito, in Italia, non è mai stato una regola, ma un’eccezione imbarazzante. Quando qualcuno riesce davvero grazie alle proprie capacità, lo si guarda con sospetto, come fosse un imbroglione che ha trovato una scorciatoia proibita. “Come ha fatto?”, ci si chiede. “Chi lo ha raccomandato?”. Perché qui il talento da solo non basta: deve avere un certificato, meglio se timbrato dalla famiglia o dal partito dello zio che conosce qualcuno.
Siamo un Paese che ha fatto del compromesso un’arte e del favore una religione. Le nostre chiese non hanno santi protettori, ma santi assessori. Non si prega Dio, si prega l’amico dell’amico o lo zio che conosce qualcuno. La raccomandazione è il nostro vero passaporto: senza, non si entra! Il concorso pubblico, in teoria, dovrebbe premiare il migliore. In pratica, premia il più paziente: quello che aspetta vent’anni una graduatoria o quello che ha già in tasca la risposta perché lo zio che conosce qualcuno conosce il presidente della commissione. E se qualcuno osa lamentarsi, gli si risponde con filosofia: “Eh, ma siamo in Italia!”. È la scusa perfetta per tutto, dall’autobus in ritardo alla carriera stroncata per chi non ha uno zio che conosce qualcuno.
Chi ha merito, spesso, fa la valigia. I migliori cervelli vanno a Berlino, a Londra, a New York. L’Italia li piange, li celebra, e magari intitola loro una via quando sono morti. Come se fossero cervelli da strada come chi ha lo zio che conosce qualcuno. Ma da vivi, li ha trattati come ingombranti. Del resto, noi non amiamo chi sa fare, ma chi sa stare: nelle giuste compagnie, alle giuste cene, nei giusti salotti dove partecipa lo zio che conosce qualcuno. La meritocrazia non attecchisce da noi perché chiede fatica, disciplina, responsabilità. Tutte cose che l’italiano medio considera noiose, se non addirittura offensive. Più comodo pensare che il posto giusto arrivi da solo, come il posto al sole in spiaggia: basta arrivare prima con l’asciugamano.
Così continuiamo a vivere in questo grande teatro, dove i migliori recitano in silenzio in fondo al palco e i peggiori raccolgono gli applausi al centro scena. Un Paese dove la mediocrità non è un difetto, ma un requisito. Dove la carriera non è una corsa, ma un ballo lento: e vince chi sa fare il passo giusto al momento giusto, anche se calpesta i piedi di chi non ha uno zio che conosce qualcuno. Ma la meritocrazia, in Italia, semplicemente non serve. Non è utile, non è pratica, non è conveniente. Noi preferiamo la vecchia, comoda raccomandazione: funziona da secoli e non richiede alcuno sforzo. E se qualcuno protesta, gli si ricorda che il merito è un’illusione, un vezzo da stranieri. Noi italiani, in fondo, preferiamo restare così: allegri, furbi, mediocri e indifferenti. Sperando soltanto di avere uno zio che conosce qualcuno.
Stefano Poma
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