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L’ultima notte di Hermann Göring

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C’è un’ultima notte, a Norimberga, tra il 15 e il 16 ottobre 1946, in cui la Storia sembra osservare sé stessa allo specchio. È la notte di Hermann Göring, uno degli uomini più potenti del Terzo Reich, ora chiuso in una cella, spogliato di tutto ciò che per anni lo aveva definito: le uniformi, i titoli, il potere. Göring nella Germania nazista non è mai stato un personaggio secondario. È stato il braccio destro di Hitler, l’uomo della Luftwaffe, il politico capace di sedurre le masse e di dominare una riunione o una platea con la sola presenza. Durante il Processo di Norimberga si comporta come se fosse ancora sul palcoscenico della Storia. Ironico, brillante, provocatorio coi suoi occhiali da Sole. Interrompe, corregge, spiega. Non si limita a difendersi. Prova, piuttosto, a dare un senso al nazismo, a presentarlo come un grande progetto fallito, travolto dagli eventi.


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È un atteggiamento che colpisce anche chi lo osserva oggi. Göring non appare come un uomo sconfitto, ma come qualcuno che fatica ad accettare che il mondo non giri più intorno a lui. In aula sembra quasi voler insegnare la Storia ai giudici, convinto che la sua versione meriti ascolto. Ma la sentenza arriva lo stesso, implacabile. Morte per impiccagione. Ed è qui che tutto cambia. L’impiccagione non è un dettaglio tecnico, è una ferita simbolica. Göring si aspettava la fucilazione, una morte “da soldato”. La forca, invece, è la fine riservata ai criminali comuni. È il segno che il tempo delle giustificazioni è finito, che non c’è più spazio per l’epica. Per un uomo che ha costruito la propria identità sull’onore e sulla teatralità del potere, è un’umiliazione intollerabile.

L’ultima notte non è una notte di pentimento. Göring non chiede perdono, non rivede criticamente la propria vita. È una notte di decisione. In quelle ore, mentre gli altri condannati attendono l’alba con paura o rassegnazione, lui sceglie di sottrarsi. Come abbia ottenuto la capsula di cianuro resta un mistero fatto di ipotesi e sospetti. Quello che conosciamo è il gesto. Pochi istanti prima dell’esecuzione, si avvelena nella sua cella. Muore così, da solo, lasciando dietro di sé una beffa finale alla giustizia dei vincitori. È un atto che, se lo guardiamo bene, è profondamente coerente con il personaggio. Göring non accetta di essere l’ultimo anello di una catena di responsabilità. Non accetta di essere appeso a una corda come un anonimo colpevole. Preferisce decidere lui il momento e il modo della fine.

Ginevra Durandi