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Quando le BR accesero la prima scintilla: l’attentato alla Sit-Siemens

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Il 17 settembre 1970 segna una data simbolica nella storia dell’Italia repubblicana: è il giorno in cui le Brigate Rosse rivendicano la loro prima azione politico-militare. L’episodio, apparentemente minore rispetto a ciò che accadrà negli anni successivi, consiste nell’incendio dell’automobile di un dirigente della Sit-Siemens, azienda multinazionale dell’elettronica e delle telecomunicazioni con stabilimenti a Milano.

Il gesto, che inaugurava la stagione della lotta armata, venne accompagnato da volantini che spiegavano le ragioni dell’attacco: colpire le imprese considerate simbolo del “capitalismo multinazionale” e dei rapporti di sfruttamento del lavoro. Non era ancora tempo di rapimenti o omicidi: la logica era quella di un’azione dimostrativa, destinata più a generare eco e dibattito politico che a provocare vittime.

La scelta del bersaglio non fu casuale: Sit-Siemens era vista come emblema dell’integrazione fra interessi industriali italiani e tedeschi, un nodo strategico in cui confluiscono innovazione tecnologica e relazioni sindacali tese. Le Brigate Rosse intendevano mostrarsi come avanguardia di un movimento rivoluzionario, dando un segnale chiaro a lavoratori e studenti: esisteva un’alternativa radicale alla mediazione sindacale e alla politica parlamentare.

Da quell’atto in apparenza marginale prese avvio una stagione di violenza politica che avrebbe segnato il Paese per due decenni, con una spirale di attentati, sequestri e uccisioni culminata nel caso Moro del 1978. Il 17 settembre resta dunque una data spartiacque: il momento in cui un gruppo clandestino passò dalle parole ai fatti, imprimendo una svolta drammatica alla storia italiana recente.

Michael Floris


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