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Roma esulta: il porto di Tobruk nelle mani d’Italia

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Il 4 ottobre 1911 è una data che non dice molto agli italiani di oggi. Eppure allora, sulle pagine dei giornali e nei discorsi dei politici, fu raccontata come una piccola epopea nazionale. Quel giorno quattrocento marinai del Regno sbarcarono a Tobruk, in Cirenaica, e alzarono il tricolore sul punto più alto della città. Non c’erano nemici ad attenderli. I turchi, che formalmente governavano quelle terre, si erano già ritirati. Nessuna resistenza, nessuna battaglia campale: solo il deserto, il vento e una manciata di case bianche. Ma a Roma parve un trionfo, il segnale che l’Italia poteva finalmente guardare all’Africa come le altre potenze europee.

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Tobruk non era una località qualunque. Il suo porto naturale rappresentava la chiave di tutta la Cirenaica. Conquistarlo significava garantirsi una base sicura per i rifornimenti e le operazioni militari lungo la costa. La guerra di Libia, cominciata appena pochi giorni prima, sembrava procedere a passo spedito. Le navi da guerra avevano bombardato la città, gli sbarchi si erano compiuti senza intoppi, e già i giornali celebravano la nascita di un “impero mediterraneo”. Ai ministri del governo Giolitti piaceva immaginare che quella fosse la prima pagina di un romanzo coloniale destinato a durare a lungo.

In realtà, dietro quella facilità apparente si nascondeva un’insidia che nessuno aveva voglia di vedere. Prendere le città costiere non significava affatto dominare la Libia. Il deserto, con le sue tribù abituate a vivere senza padroni, rimaneva fuori dalla portata dei soldati italiani. Le carovane si spostavano, le oasi sfuggivano al controllo, e ogni volta che gli ufficiali pensavano di avere consolidato le posizioni, scoprivano che il nemico era altrove, pronto a riprendere le armi. La resistenza locale non si sarebbe spenta in pochi mesi, ma avrebbe impegnato l’Italia per decenni. Non bastavano i proclami né le cerimonie con la bandiera per trasformare la sabbia africana in territorio nazionale.

Pure, la conquista di Tobruk ebbe un peso. Diede all’Italia la possibilità di trattare da pari con le altre potenze e di ottenere, l’anno seguente, un riconoscimento formale. Con il Trattato di Losanna del 1912 l’Impero Ottomano accettò di cedere la Tripolitania e la Cirenaica. Era la vittoria diplomatica che trasformava un’occupazione militare in possedimento legittimo. A Roma si cantarono inni e si scrissero articoli trionfalistici: finalmente l’Italia, nata da poco più di cinquant’anni, poteva dire di avere il suo posto al Sole.

Eppure, se si guarda con occhio meno indulgente, quella vittoria assomigliava più a un’illusione che a un trionfo. L’Italia aveva conquistato i porti, non i cuori. Aveva issato la bandiera sul mare, non sull’entroterra. Tobruk rimaneva un simbolo, importante certo, ma fragile. Dietro le celebrazioni si celava la fatica di una guerra lunga e sanguinosa che nessuno aveva previsto. In Africa non si era andati a scrivere la storia di un impero, ma a sbattere la testa contro la realtà. E quella realtà, sotto il sole della Cirenaica, era fatta di sabbia, di resistenza e di grandi illusioni.

Stefano Poma


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