di Stefano Poma
In Francia e Spagna si scende in piazza per salari, scuola, casa e diritti. In Italia il malcontento cresce, ma resta spesso chiuso in salotto. Perché l’italiano sembra aver rinunciato a protestare? Forse la risposta è nelle sue comode pantofole.
In Francia, quando qualcosa non funziona, i francesi scendono in piazza. In Spagna, quando una signora di ottantasette anni viene sfrattata, scendono in piazza anche quelli che una casa ce l’hanno. In Italia, quando qualcosa non funziona, generalmente cambiamo canale. È una forma di protesta meno appariscente, ma assai più comoda. L’italiano contemporaneo ha infatti raggiunto una maturità politica che gli consente di indignarsi senza alzarsi dal divano. È furibondo, ma in pantofole. Protesta contro il governo, contro l’opposizione, contro Bruxelles, contro il padrone di casa, contro la banca, contro il supermercato e soprattutto contro quelli che protestano bloccandogli la strada mentre va al supermercato.
Non è sempre stato così. Ci fu un tempo nel quale questo Paese scioperava, occupava università, riempiva piazze. Poi vennero gli anni Settanta, il terrorismo, le bombe, la paura. Nella memoria collettiva italiana rimase una curiosa equazione: se la piazza si agita troppo, prima o poi qualcuno spara. E così, poco alla volta, abbiamo imparato che è preferibile lamentarsi al bar. È meno rivoluzionario, ma il caffè è migliore. I francesi hanno conservato un’altra abitudine. Quando scioperano i ferrovieri, i treni non partono. Sembra un concetto elementare, quasi primitivo: lo sciopero deve provocare un disagio, altrimenti potrebbe essere sostituito da una petizione. Da noi lo sciopero deve invece rispettare una quantità tale di regole, fasce, garanzie e precauzioni da risultare possibilmente innocuo. Se disturba troppo, l’opinione pubblica s’indigna. Non contro il motivo dello sciopero, naturalmente, ma contro lo sciopero.
Il paradosso è che le ragioni per arrabbiarsi non mancherebbero. Gli stipendi italiani sono magri e il costo della vita ha imparato a correre e nelle grandi città trovare una casa in affitto sta diventando una disciplina olimpica. Gli studenti conoscono edifici scolastici malandati e famiglie che comprano perfino ciò che dovrebbe trovarsi nei bagni delle scuole. La classe media, quella creatura mitologica sulla quale abbiamo costruito mezzo secolo di stabilità sociale, continua a chiamarsi media soltanto perché nessuno ha ancora trovato il coraggio di comunicarle che è diventata povera.
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Altrove questi problemi producono una domanda: che cosa possiamo fare? Da noi ne producono un’altra: come possiamo arrangiarci? L’arrangiarsi è probabilmente la vera istituzione nazionale. I governi passano, l’arrangiarsi resta. Al Sud lo conoscono da generazioni; al Nord lo stanno imparando rapidamente. Se lo stipendio non basta, aiutano i genitori. Se l’affitto è troppo alto, si resta a casa qualche anno in più. Se il welfare arretra, interviene la famiglia. Se il figlio non trova lavoro, la pensione del nonno acquista improvvisamente una funzione macroeconomica. Lo Stato italiano può permettersi molte inefficienze perché sa di avere alle spalle milioni di ammortizzatori sociali che cucinano la domenica.
C’è poi una ragione demografica. L’Italia è un Paese anziano e i Paesi anziani difficilmente fanno le rivoluzioni, perché hanno paura degli spifferi. I giovani sono pochi, spesso precari e dispersi. Molti dei più intraprendenti sono partiti. Gli altri hanno scoperto che manifestare costa tempo e il tempo, quando lavori male e guadagni poco, diventa un lusso. In Francia esiste ancora l’idea che scendere in strada possa modificare una decisione politica. Da noi prevale il sospetto opposto: tanto non serve a niente. È forse questa la differenza decisiva. Non si protesta soltanto quando si sta male. Si protesta quando si crede che protestare possa servire.
Eppure qualcosa, sotto le pantofole, si muove. Il malcontento esiste e si vede nelle urne, nell’astensione, nei voti improvvisi, nella ricerca periodica dell’uomo nuovo che di solito è un uomo vecchio con un profilo social migliore. La rabbia italiana non è scomparsa, ha semplicemente smesso di avere una piazza. È diventata individuale, intermittente, domestica. Il problema è che una società può sopportare quasi tutto finché ciascuno pensa di potersi salvare da solo. Il giorno in cui molti scoprono contemporaneamente che non possono più farlo, le pantofole vengono lasciate accanto al divano. E allora bisognerà vedere dove decideranno di andare gli italiani.
Stefano Poma
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