di Stefano Poma
Nel marzo 1938 Hitler annette l’Austria al Reich. Mussolini, che quattro anni prima aveva mandato le divisioni al Brennero per difenderne l’indipendenza, questa volta non interviene. L’Asse Roma-Berlino presenta il conto: la Germania arriva ai confini italiani.
Nel marzo 1938 Mussolini dovette fare i conti con una delle più clamorose contraddizioni della propria politica estera. Quattro anni prima aveva mandato le divisioni italiane verso il Brennero per impedire a Hitler di mettere le mani sull’Austria. Adesso, davanti allo stesso progetto, non mosse un soldato. Il 12 marzo le truppe tedesche attraversarono la frontiera austriaca e il giorno successivo Hitler proclamò l’annessione del Paese al Reich. Era l’Anschluss, un obiettivo che il Führer inseguiva da quando aveva cominciato a fare politica. Per Mussolini rappresentava invece la rinuncia a una delle principali garanzie strategiche dell’Italia.
L’Austria indipendente aveva costituito per decenni uno Stato cuscinetto tra Roma e Berlino. La sua scomparsa significava ritrovarsi la Germania direttamente al Brennero. Eppure il Duce accettò il fatto compiuto. Non perché avesse improvvisamente dimenticato la geografia, ma perché nel frattempo era cambiata la politica. La guerra d’Etiopia, le sanzioni, l’intervento in Spagna e la nascita dell’Asse Roma-Berlino avevano progressivamente allontanato l’Italia da Francia e Gran Bretagna. Mussolini si era convinto che il futuro dell’Europa appartenesse alla Germania e che opporsi a Hitler sarebbe stato politicamente controproducente.
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Il cancelliere austriaco Kurt Schuschnigg tentò fino all’ultimo di salvare l’indipendenza del proprio Paese, ma dovette cedere davanti alle pressioni tedesche. Roma, che nel 1934 aveva protetto Dollfuss, questa volta rimase a guardare. Hitler comprese perfettamente l’importanza dell’atteggiamento italiano. Attraverso il principe Filippo d’Assia fece arrivare a Mussolini un messaggio di gratitudine, assicurandogli che non avrebbe mai dimenticato il suo comportamento. Ma la riconoscenza del Führer non cambiava la sostanza dei fatti. Mussolini aveva sacrificato un interesse nazionale concreto per conservare un’amicizia politica della quale non controllava più gli sviluppi.
Il paradosso era evidente: nel 1934 l’Italia aveva potuto intimidire la Germania; nel 1938 non aveva neppure tentato di farlo. Il Duce continuava a presentarsi come un protagonista della politica europea, ma aveva appena permesso all’alleato di modificare radicalmente gli equilibri ai confini italiani. Hitler aveva ottenuto l’Austria senza combattere. Mussolini aveva ottenuto soltanto la sua gratitudine. E in diplomazia, come nella vita, la gratitudine è una moneta che perde valore molto rapidamente.
Stefano Poma
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