Al momento stai visualizzando Quando il liberalismo italiano non seppe fermare Mussolini
Giovanni Amendola e Luigi Albertini

Quando il liberalismo italiano non seppe fermare Mussolini

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Blog

di Marco Mensi
Giovanni Amendola fu tra i primi liberali a comprendere il pericolo fascista. Mentre lo Stato liberale si divideva e credeva di poter controllare Mussolini, il fascismo conquistava il potere.

L’Italia uscì dalla Grande Guerra vincitrice, ma con l’aria di chi aveva smarrito qualcosa durante i festeggiamenti. Aveva sconfitto l’Austria-Ungheria, conquistato Trento e Trieste e completato, almeno secondo una certa interpretazione, il Risorgimento. Ma dietro le bandiere c’era un Paese stanco, indebitato, attraversato dalle tensioni sociali e soprattutto incapace di capire quale dovesse essere il proprio futuro.

In questo scenario Giovanni Amendola entrò definitivamente nella politica nazionale. Nel 1919 venne eletto deputato nelle file della Democrazia Liberale nel collegio di Salerno, terra d’origine della sua famiglia, e quelle elezioni segnarono una cesura nella storia italiana. Il suffragio universale maschile e il sistema proporzionale mandarono in frantumi il vecchio equilibrio parlamentare. I liberali, abituati a governare attraverso maggioranze costruite nei collegi e nei corridoi di Montecitorio, scoprirono improvvisamente che esistevano i partiti di massa.

Socialisti e popolari conquistarono una parte enorme dell’elettorato. Il problema era che non potevano, o non volevano, governare insieme. I socialisti guardavano ancora alla rivoluzione, mentre il Partito Popolare di don Luigi Sturzo rappresentava un mondo cattolico che con il marxismo aveva ben poco da spartire. In mezzo restavano i liberali. Ma parlare di “liberali” significava già usare una parola al plurale: c’erano giolittiani, nittiani, liberaldemocratici e gruppi personali che spesso avevano più dimestichezza con le rivalità reciproche che con l’idea di costruire una casa comune. Amendola apparteneva all’ala democratica del liberalismo e proprio in questa frammentazione individuava uno dei mali dello Stato.

Nel frattempo era comparso Benito Mussolini. I Fasci italiani di combattimento, fondati a Milano il 23 marzo 1919, alle prime elezioni ottennero un risultato disastroso. Mussolini non venne eletto e il fascismo sembrò destinato a diventare una delle tante curiosità politiche del dopoguerra. Due anni dopo, però, Giovanni Giolitti commise uno degli errori più discussi della sua lunga carriera politica: inserì i fascisti nei Blocchi nazionali per le elezioni del 1921. Pensava probabilmente di poterli costituzionalizzare, portarli dentro il sistema e quindi addomesticarli. Accadde il contrario. I fascisti entrarono alla Camera con 35 deputati e ottennero quella legittimazione istituzionale che fino a quel momento era mancata.

Intanto nelle campagne dilagava il fascismo agrario, mentre le squadre d’azione combattevano socialisti e organizzazioni operaie con metodi che avevano ben poco di parlamentare. Amendola osservava con crescente preoccupazione quella trasformazione. Non era socialista, e tanto meno marxista. Considerava anzi il socialismo italiano responsabile di molti errori, ma comprendeva che un partito dotato di una propria forza armata rappresentava qualcosa di incompatibile con lo Stato liberale. Solo lo Stato, secondo Amendola, poteva detenere legittimamente la forza. Era una distinzione semplice, quasi elementare. E proprio per questo sarebbe diventata rivoluzionaria nell’Italia degli anni Venti.

Nel febbraio 1922 Amendola entrò nel governo Facta come ministro delle Colonie. Sarebbe stato l’ultimo governo dell’Italia liberale prima dell’avvento di Mussolini. Il Partito Liberale Italiano nacque formalmente soltanto nell’ottobre di quello stesso anno, poche settimane prima della Marcia su Roma: arrivava finalmente il partito, quando ormai stava scomparendo il sistema politico che avrebbe dovuto difendere. Il 30 ottobre 1922 Mussolini ricevette dal re l’incarico di formare il governo. Non aveva conquistato Roma con una rivoluzione: gli erano state consegnate le chiavi.

I liberali avevano creduto di poter utilizzare il fascismo contro il pericolo socialista e poi ricondurlo alla normalità costituzionale. Scoprirono troppo tardi che era stato il fascismo a utilizzare loro. Amendola fu tra quelli che lo compresero prima degli altri. Ed è forse questa la grande tragedia del liberalismo italiano: vide arrivare Mussolini, pensò di poterlo controllare e quando capì che non era possibile non possedeva più né l’unità né la forza necessarie per fermarlo.

Marco Mensi


Per sostenere L’Universale: https://paypal.me/luniversaleditore

Per sostenere L’Universale: Codice IBAN IT13M0760104800001027873882, nome del destinatario Poma Stefano

Da oggi puoi ricevere i Pamphlet de «L’Universale»: brevi saggi storici scritti dai nostri migliori autori. Ogni mese nuovi contenuti esclusivi direttamente sul tuo dispositivo. Per riceverli scrivete all’indirizzo e-mail pubblicazioni@luniversaleditore.it con oggetto “Abbonato”.

Link per abbonarsi al canale YouTube «L’Universale»: https://www.youtube.com/channel/UCcWX9HDJjfwbxDxae7OQ_SA/join