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Il Giacomo Leopardi che la scuola non ci ha mai raccontato

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di Marco Cimmino

Giacomo Leopardi non fu soltanto il poeta triste raccontato sui banchi di scuola. Dietro l’Infinito c’era un intellettuale lucido, polemico e profondamente realista, capace di leggere come pochi le debolezze dell’uomo e della società.

Giacomo Leopardi ha avuto una disgrazia peggiore della gobba, della salute malferma e degli amori non corrisposti: è finito nelle antologie scolastiche. Da quasi due secoli generazioni di studenti incontrano un poeta triste, pallido, malato, affacciato alla finestra di Recanati a contemplare la luna, la siepe e la donzelletta che vien dalla campagna. Tutto vero, naturalmente. Ma è soltanto una parte di Leopardi, e forse nemmeno la più importante. Perché Leopardi fu anche, e soprattutto, uno degli intellettuali più lucidi e spietati dell’Ottocento italiano.

Dietro il poeta dell’Infinito c’era un uomo che osservava la società, la storia e la natura umana senza concedersi troppe illusioni. Non era semplicemente il giovane infelice che trasformava le proprie disgrazie in versi. Era un pensatore che aveva compreso quanto l’uomo fosse fragile, vanitoso e ridicolo quando pretendeva di essere padrone del proprio destino. La scuola ha fatto il resto, trasformando questa complessità nel famoso “pessimismo leopardiano”, diligentemente suddiviso in storico e cosmico, come se si potesse sistemare un genio dentro due caselle del manuale.


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Leopardi, invece, era prima di tutto un realista. Guardava il mondo senza le lenti consolatorie delle ideologie, della religione o delle magnifiche sorti e progressive. E proprio per questo poteva sembrare pessimista a chi aveva bisogno di credere che l’umanità marciasse inevitabilmente verso il meglio. Ma c’è un altro Leopardi che abbiamo quasi dimenticato: quello eroico, polemico, perfino combattivo. È il Leopardi del Bruto minore, delle Operette morali e soprattutto della Ginestra. Un uomo che non si limita a constatare la sofferenza dell’esistenza, ma indica anche una risposta: gli esseri umani, anziché massacrarsi tra loro, dovrebbero riconoscersi fratelli davanti al comune destino.

È difficile trovare qualcosa di meno nichilista. Il vero dramma di Leopardi, allora, non fu soltanto essere malato, brutto o respinto dalle donne. Fu vedere con straordinaria chiarezza ciò che gli altri preferivano non vedere. Forse è anche per questo che continua a essere nostro contemporaneo. Abbiamo trasformato un gigante in un gobbetto sentimentale, mentre continuiamo con impressionante facilità a trasformare molti gobbetti in giganti.

Marco Cimmino


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