di Michele Migliaccio
La trincea fu il simbolo della Grande Guerra: fango, artiglieria, filo spinato e mitragliatrici. Migliaia di uomini sacrificati per conquistare pochi metri di terreno, spesso perduti subito dopo. La terribile logica della guerra di logoramento.
Quando nell’estate del 1914 milioni di uomini partirono per il fronte, quasi nessuno immaginava che avrebbe trascorso gli anni successivi vivendo dentro una buca scavata nella terra. I governi avevano promesso una guerra breve, gli stati maggiori avevano preparato piani fondati sulla rapidità delle operazioni e le popolazioni avevano salutato i soldati nella convinzione, largamente diffusa, che sarebbero tornati a casa nel giro di pochi mesi. Accadde esattamente il contrario. L’avanzata tedesca attraverso il Belgio avrebbe dovuto mettere rapidamente fuori combattimento la Francia, consentendo alla Germania di rivolgere poi le proprie forze contro la Russia. Ma i russi si mossero prima del previsto e soprattutto i francesi, dopo aver visto il nemico avvicinarsi pericolosamente a Parigi, riuscirono a fermarne l’avanzata. La guerra di movimento si arrestò e cominciò quella di posizione.
Fu allora che l’Europa iniziò a scavare. Migliaia di chilometri di trincee attraversarono i fronti trasformando la guerra in qualcosa che gli strateghi dell’Ottocento avevano previsto soltanto in parte: una gigantesca battaglia di logoramento nella quale conquistare il territorio diventava difficilissimo e conservarlo ancora di più. Il soldato della Grande Guerra non avanzava più lungo le strade d’Europa inseguendo un esercito nemico in ritirata. Viveva sottoterra, circondato dal fango, aspettando il momento in cui qualcuno gli avrebbe ordinato di uscire. Davanti alla propria trincea ce n’era un’altra, quasi identica, occupata dal nemico. Tra le due correva quella striscia di terreno che avrebbe assunto uno dei nomi più sinistri del Novecento: la “terra di nessuno”. Era spesso larga poche centinaia di metri, qualche volta molto meno, ma attraversarla poteva significare affrontare un viaggio dal quale difficilmente si tornava.
Il meccanismo dell’offensiva divenne terribilmente ripetitivo. Prima interveniva l’artiglieria. Per ore, talvolta per giorni, i cannoni martellavano le posizioni avversarie nella speranza di distruggere le fortificazioni, spezzare il filo spinato, neutralizzare le mitragliatrici e fiaccare moralmente i difensori. Con il procedere della guerra si aggiunsero anche le armi chimiche, utilizzate dai diversi schieramenti nel tentativo di trasformare le trincee nemiche in trappole mortali. Poi il bombardamento cessava. Per chi aspettava rannicchiato nella trincea quello era il momento peggiore, perché il silenzio non annunciava la pace: annunciava l’assalto. Arrivava l’ordine e gli uomini uscivano allo scoperto. Dovevano attraversare la terra di nessuno, superare i crateri prodotti dalle esplosioni, evitare il filo spinato rimasto intatto e continuare ad avanzare mentre le mitragliatrici nemiche ricominciavano a sparare e l’artiglieria cercava di colpire le ondate degli attaccanti. Era l’incontro tra due epoche militari differenti. Da una parte uomini che avanzavano a piedi, dall’altra una potenza di fuoco che l’industrializzazione aveva moltiplicato enormemente. La mitragliatrice poteva falciare in pochi minuti reparti che avrebbero impiegato settimane o mesi per essere addestrati. Eppure si continuava ad attaccare.
Chi riusciva ad attraversare quella fascia di morte raggiungeva finalmente la trincea avversaria. A quel punto iniziava un’altra guerra, ancora più brutale: quella combattuta a distanza ravvicinata. Il soldato che era sopravvissuto all’artiglieria, alle mitragliatrici e al filo spinato doveva conquistare una posizione metro dopo metro. E anche quando l’operazione riusciva, il risultato poteva apparire assurdo rispetto al prezzo pagato. Migliaia di morti e feriti potevano servire per spostare la linea del fronte di poche centinaia di metri. Qualche volta di poche decine. E quella stessa posizione, conquistata pagando un prezzo enorme, poteva essere perduta poco dopo durante il contrattacco nemico. Era questa la logica della guerra di logoramento. Non necessariamente distruggere l’avversario attraverso una singola battaglia decisiva, ma consumarlo lentamente, costringerlo a utilizzare uomini, munizioni, viveri e risorse economiche a una velocità superiore alla propria. Per questo alcune delle grandi battaglie della Prima guerra mondiale raggiunsero dimensioni spaventose senza produrre risultati territoriali proporzionati.
Centinaia di migliaia di uomini potevano essere uccisi o feriti e, osservando una carta geografica prima e dopo l’offensiva, risultava difficile comprendere che cosa fosse realmente cambiato. Dietro queste cifre, naturalmente, c’era la vita quotidiana di milioni di soldati. La trincea non era soltanto il luogo dal quale partire per l’assalto. Era una casa provvisoria che finì per diventare permanente. Gli uomini vi mangiavano, dormivano, aspettavano, scrivevano alle famiglie e soprattutto convivevano con la possibilità della morte. Il nemico poteva trovarsi a poche decine di metri, invisibile ma presente. Bastava affacciarsi nel punto sbagliato, nel momento sbagliato. Bastava un colpo d’artiglieria, un cecchino, un bombardamento improvviso. Alla paura si aggiungeva l’attesa, forse uno degli aspetti più difficili da comprendere per chi osserva quella guerra a più di un secolo di distanza.
La Grande Guerra non fu una successione ininterrotta di assalti. Per il singolo combattente fu anche una interminabile successione di ore nelle quali apparentemente non accadeva nulla e durante le quali, tuttavia, si sapeva che qualcosa sarebbe potuto accadere in qualsiasi momento. Poi arrivava l’ordine. Si usciva dalla trincea e tutto ricominciava. La stessa terra di nessuno, lo stesso filo spinato, le stesse mitragliatrici, gli stessi cannoni. La situazione, con caratteristiche differenti a seconda dei territori, si ripeté sui diversi fronti del conflitto. Per tutto il 1915 e il 1916 le grandi offensive non riuscirono a produrre quella soluzione decisiva che i comandi continuavano a cercare. La tecnologia aveva dato agli eserciti una capacità di distruzione enormemente superiore alla capacità di movimento. Era diventato relativamente facile impedire al nemico di avanzare e terribilmente difficile avanzare contro di lui. La trincea fu il risultato di questo squilibrio e ne divenne il simbolo.
Quando pensiamo alla Prima guerra mondiale pensiamo ancora oggi a quegli uomini dentro fossati interminabili, separati da poche centinaia di metri e costretti a combattere per conquistarne qualche altro. La guerra che nell’estate del 1914 era stata immaginata come una rapida successione di offensive si trasformò così in una gigantesca macchina di logoramento. Gli eserciti continuarono a cercare lo sfondamento decisivo, mentre generazioni di giovani venivano mandate contro reticolati, mitragliatrici e artiglierie. La trincea racconta forse meglio di qualsiasi altra immagine il paradosso della Grande Guerra: mai prima di allora l’uomo aveva posseduto strumenti tanto moderni per combattere una guerra e mai tanti uomini erano rimasti così a lungo immobili, sepolti nella terra, aspettando l’ordine di avanzare di pochi metri.
Michele Migliaccio
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