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Il necrologio di un giornalista

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Milano, luglio 2001. Ufficio del direttore del «Corriere della Sera». La stanza è deserta, immobile come certe domeniche pomeriggio di luglio, quando anche le mosche si annoiano. Sullo scrittoio c’era una busta. Il messaggio era scritto con mano nervosa e grafia sottile: “Da aprirsi soltanto in caso di mia morte. Indro Montanelli”.

Il telefono squilla, insiste, si ostina. A quel punto Ferruccio de Bortoli entra, impeccabile. L’abito addosso come una divisa, come nella migliore tradizione albertiniana. Solleva la cornetta, ascolta, annuisce con quel mestiere paziente di chi ha capito che la vita è un telegramma che ci consegnano già stracciato. Riaggancia. Poi resta fermo, davanti alla busta. La tocca, la pesa, la rigira tra le dita come un rosario laico. Un ultimo sguardo. Poi, con gesto secco, quasi infastidito, la strappa in mille coriandoli e la getta nel cestino, assieme ad anni di amicizia, conflitti e silenzi passati con Montanelli.

Intanto, nella clinica La Madonnina, nella stanza 610, Montanelli arrivava al suo capolinea. Letizia, nipote di Colette Rosselli, ha appena finito di parlare con de Bortoli. Riattacca. Si volta verso Montanelli. Sul letto, Indro è ormai solo il fantasma di sé stesso. Scarnificato e intubato, ma con gli occhi ancora pieni di quell’ironia toscana che fa patti con il diavolo. Con un filo di voce sussurra di essere pronto. Letizia prende carta e penna: c’è già tutto, basta trascrivere. Montanelli detta come chi ha passato la vita a scrivere necrologi altrui e adesso finalmente redige il proprio, senza commozione, senza retorica, come fosse un ultimo editoriale: “Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli, giornalista, prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili”.

E, alle 19:09 di quel 22 luglio 2001, mentre l’Italia è incollata alle immagini del G8 e di Genova che brucia, con manganelli contro bandane, l’ANSA fa lampeggiare la notizia: Montanelli è morto. L’indomani, le pagine dei giornali, in un tripudio di necrologi untuosi, lo trasformano in un monumento nazionale.

E non manca il tocco finale: quelli che, fino al giorno prima, lo avevano preso a insulti, i nuovi moralisti, i manganellatori a rovescio, si accalcano ora intorno al feretro, col fazzoletto umido in mano e l’occhio lucido, a versare le loro più impeccabili lacrime di coccodrillo. Un epilogo beffardo, teatrale, grottesco. Il migliore possibile per l’uomo che aveva fatto del giornalismo un mestiere da guastafeste.

Stefano Poma


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