di Stefano Poma
In un antico castello, avvolto dal vento e dalle ombre, uno storico custodisce una candela misteriosa capace di donare l’immortalità. Ma mentre i secoli trascorrono, scoprirà che la vita eterna può trasformarsi nella più raffinata delle condanne.
Il vento soffiava, tormentato, sulle torri merlate del vecchio castello, insinuandosi fra le pietre annerite come un ospite indiscreto che conoscesse tutti i segreti della famiglia. Era un vento gelido, ostinato, capriccioso, che scuoteva gli alberi scheletrici del giardino e faceva gemere le antiche finestre gotiche. Le nuvole, immense e livide, attraversavano il cielo color piombo, mentre una pallida luna osservava dall’alto quella dimora dimenticata dagli uomini e, forse, persino da Dio. Nel castello abitava il professor Edoardo Valenti, uno storico di raffinata cultura, celebre per i suoi studi sulle dinastie scomparse e per la sua singolare convinzione che il passato fosse infinitamente più interessante del presente. “La Storia”, amava ripetere con un sorriso sottile, “è l’unica amante che diventa più bella invecchiando”.
Aveva acquistato il castello molti anni prima, attratto dalle sue biblioteche polverose, dai corridoi interminabili, dagli specchi veneziani e dagli splendidi saloni nei quali il tempo sembrava essersi addormentato sopra divani di velluto. Le pareti erano rivestite di arazzi fiamminghi, ormai scoloriti, raffiguranti battaglie dimenticate e sovrani dall’espressione annoiata. Pesanti tende color porpora nascondevano finestre alte e strette, mentre magnifici candelabri d’argento riposavano sopra mobili di noce scuro. Ovunque aleggiava un profumo sottile di cera antica, legno umido e rose appassite. Nella biblioteca, fra migliaia di volumi rilegati in pelle, Edoardo custodiva una candela bianca, sottile e straordinariamente elegante, collocata sopra un piccolo piedistallo d’oro. La sua fiamma era immobile, luminosa, quasi insolente. Non tremava neppure quando il vento penetrava dalle finestre socchiuse e faceva danzare le pagine dei manoscritti.
Una sera d’inverno, mentre la pioggia batteva furiosamente contro i vetri e i cipressi si piegavano sotto le raffiche, lo storico aveva scoperto, nascosto in un antico codice latino, il segreto di quella candela. Finché fosse rimasta accesa, nessun essere vivente all’interno del castello avrebbe potuto morire. Edoardo aveva accolto la scoperta con l’entusiasmo di un uomo che, dopo aver dedicato l’esistenza ai morti, si trovava improvvisamente nella condizione di non doverli raggiungere. “L’immortalità”, aveva scritto sul suo diario, “è certamente un privilegio. Sebbene, come tutti i privilegi, finisca per essere piuttosto noiosa”. Trascorsero gli anni. Poi i decenni. Infine i secoli. Il vento continuava a soffiare sulle torri, ora impetuoso e rabbioso, ora dolce e malinconico, come un violinista invisibile che avesse dimenticato la propria melodia. Le stagioni mutavano, gli imperi crollavano, le guerre devastavano il mondo, ma nel castello nulla sembrava veramente cambiare.
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Edoardo non invecchiava. Neppure i pochi servitori rimasti potevano morire. Tuttavia l’immortalità non aveva conservato loro la felicità. Il vecchio maggiordomo trascorreva le giornate contemplando un orologio fermo, la governante parlava con i ritratti degli antenati e il giardiniere, ormai incapace di distinguere la primavera dall’inverno, lasciava che le rose selvatiche divorassero i sentieri di marmo. I magnifici saloni erano diventati immensi sepolcri di bellezza. Gli specchi riflettevano volti eternamente stanchi, le porcellane cinesi giacevano sotto veli di polvere grigiastra e gli splendidi lampadari di cristallo sembravano lacrimare gocce di luce morta. Persino il vento aveva assunto una voce diversa. Non cantava più fra le guglie, ma gemeva lungamente lungo le mura, attraversando le fessure con il lamento disperato di una creatura condannata a non trovare riposo.
Una notte, mentre un temporale scuoteva violentemente le fondamenta del castello, Edoardo entrò nella biblioteca. Indossava una vestaglia di seta nera e portava fra le dita un calice di vino rosso. La candela ardeva ancora, perfetta e silenziosa, sopra il suo piedistallo dorato. Lo storico osservò la piccola fiamma con un’espressione di profonda amarezza. Aveva conosciuto tutte le epoche, assistito alla nascita e alla rovina di intere civiltà, letto ogni libro che desiderasse leggere. Eppure non ricordava più l’ultima volta in cui aveva provato autentica gioia. “Che straordinaria sciocchezza”, mormorò, “aver creduto che vivere per sempre significasse vivere meglio”. Fuori, il vento ululava con selvaggia magnificenza. Le finestre tremavano, le tende si gonfiavano come vele funebri e una raffica improvvisa spalancò la porta della biblioteca.
Per la prima volta dopo secoli, la fiamma vacillò. Edoardo sorrise. Era un sorriso sereno, quasi infantile, quale non compariva sul suo volto da un tempo incalcolabile. Si avvicinò lentamente alla candela e vi soffiò sopra. La luce si spense. Un’oscurità profonda, vellutata e misericordiosa avvolse la biblioteca. Nel medesimo istante, gli orologi del castello ripresero a battere. Il vento cessò di lamentarsi e attraversò dolcemente i corridoi, accarezzando gli arazzi consunti e le tende polverose. Quando l’alba illuminò le torri, il vecchio castello era finalmente silenzioso. Sulla scrivania, accanto alla candela spenta, giaceva un foglio sul quale lo storico aveva scritto la sua ultima considerazione: “Gli uomini desiderano l’immortalità perché temono la morte. Ma è soltanto la morte a rendere la vita un’opera d’arte. Un quadro senza cornice, dopotutto, non è che una parete dipinta”.
Stefano Poma
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