Ci sono progetti che, come certe malattie croniche, non guariscono mai. Li crediamo sopiti, dimenticati, sepolti nei faldoni della burocrazia, e invece rispuntano puntuali, come le zanzare d’agosto. Il Ponte sullo Stretto di Messina appartiene a questa categoria. Da almeno cinquant’anni si discute, si promette, si annuncia. Ogni governo lo tira fuori come un coniglio dal cilindro, certo di stupire la platea. E ogni volta, poco dopo, quel coniglio si rivela stanco, spelacchiato, e torna a infilarsi nel buio del cappello.
Questa volta, però, l’aria sembra diversa. Non più soltanto dichiarazioni roboanti, ma atti amministrativi, cifre a bilancio, progetti depositati. L’esecutivo, forte del sostegno di una maggioranza convinta, spinge sull’acceleratore. E come se non bastasse, un sondaggio recente ha rivelato che oltre sei italiani su dieci giudicano l’opera “utile”. Una percentuale che, nel nostro Paese, vale quanto un miracolo: raramente la nazione trova un simile accordo su qualsiasi cosa, figuriamoci su un colosso d’acciaio e cemento sospeso tra Calabria e Sicilia.
Ma attenzione: gli italiani, si sa, sono favorevoli a tutto ciò che promette modernità, purché non tocchi il loro portafoglio o la loro quiete quotidiana. E allora ecco che i consensi si sciolgono appena si comincia a parlare di cifre concrete. Centinaia di miliardi in decenni di manutenzione, impatti ambientali, rischi sismici, e perfino la suggestione – tutt’altro che trascurabile – di un’opera che, senza strade e ferrovie degne di collegarla, rischia di restare una passerella sospesa nel vuoto.
Il Ponte, insomma, è come un sogno estivo: nelle notti calde ci sembra possibile, affascinante, persino necessario. Ma al risveglio, alla luce del giorno, emergono i conti, le carte, i pareri tecnici. E qui l’Italia, tradizionalmente, inciampa.
Resta la retorica: “unire il Paese”, “aprire la Sicilia al mondo”, “cancellare secoli di isolamento”. Frasi che commuovono e, in qualche modo, rassicurano. Perché il Ponte, prima ancora che un’opera ingegneristica, è un mito nazionale, una promessa che attraversa i decenni e che ogni generazione spera di vedere realizzata. E forse è proprio questo il suo destino: restare sospeso, più che tra due sponde, tra il sogno e la realtà.
E allora, viene da chiedersi: è meglio un Ponte che non c’è ma che alimenta la speranza, o un Ponte costruito, con i suoi cantieri eterni, le spese fuori controllo e le polemiche senza fine? Gli italiani, nel dubbio, continuano a dire sì ai sondaggi. Perché sognare, in fondo, non costa nulla.
Cilindro
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