C’è una data, in quell’agosto infuocato del 1943, che segna una svolta tanto silenziosa quanto decisiva: il 14. È il giorno in cui Roma viene dichiarata “città aperta”. Ma non ci fu alcuna fanfara, nessun proclama solenne. Solo il lento scivolare di una capitale sfinita, che tentava di salvarsi dal destino che la guerra le aveva già preparato.
La decisione, presa dal governo Badoglio, fu un atto di disperazione. Le bombe avevano già devastato San Lorenzo, lasciando una cicatrice che i romani non avrebbero dimenticato. I tedeschi premevano, gli Alleati si avvicinavano. Roma rischiava di diventare un campo di battaglia e allora si pensò di metterla sotto una campana di vetro, invocando il diritto internazionale.
Ma Roma non è mai stata, e mai sarà, una città che si lascia proteggere dalle regole scritte nei codici. La sua vera protezione è sempre stata la sua storia millenaria. Gli eserciti passano, gli imperi crollano, i regimi si sbriciolano: Roma resta. Così anche allora, mentre le autorità parlavano di “città aperta”, i romani continuavano la loro vita fatta di espedienti, di fame, di paura, ma anche di una irriducibile ironia che li ha sempre salvati.
In realtà, la dichiarazione servì a poco. I bombardamenti non cessarono, i tedeschi non si commossero e gli Alleati non si lasciarono incantare dalle formule diplomatiche. Roma sarebbe stata teatro di occupazione, di rastrellamenti, di deportazioni. Eppure, quel 14 agosto resta una data simbolica. Perché segna il momento in cui la Capitale si sottrasse, almeno nelle intenzioni, al massacro totale, e si consegnò al suo destino con la dignità di chi non può più combattere ma non vuole più morire inutilmente.
Roma “città aperta” fu, alla fine, più un auspicio che una realtà. Ma fu anche il preludio di ciò che sarebbe venuto: la resistenza, la liberazione e infine quel 4 giugno 1944 in cui la Città Eterna tornò a respirare da libera. E allora possiamo dire che, in quell’agosto del ’43, Roma non si arrese: semplicemente, come le è accaduto tante volte nella sua storia, nel più classico spirito italiano, seppe semplicemente attendere.
Stefano Poma
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