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Storia di guerra: difesa e attacco negli ultimi due secoli (seconda parte)

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Quando scoppiò il primo conflitto mondiale, praticamente nessuno ne aveva previsto la portata, sia politica che militare: l’impressione che esso suscitò sull’animo di tre o quattro generazioni di europei fece sì che la definizione di “Grande Guerra” venisse mantenuta anche dopo che l’umanità conobbe un conflitto ben più esteso e sanguinoso, tanto quest’impressione fu sconvolgente ed indelebile. Fin dall’inizio, le diplomazie mondiali avevano ritenuto che la guerra non sarebbe scoppiata e che, comunque, si sarebbe potuto mantenerla ad un livello locale e circoscritto: i meccanismi di alleanze incrociate, invece, scattarono, quasi in maniera automatica, e l’Europa si trovò in guerra, quasi senza rendersene conto.

Allo stesso modo, i belligeranti affrontarono i primi temi tattici: stabilita la ben nota strategia delle “porte girevoli”, sui due fronti principali, ad est e ad ovest, ai reparti fu affidata la conduzione della guerra, con criteri che non si discostavano granchè da quelli napoleonici. Certo, la logistica era profondamente mutata: le ferrovie ebbero un ruolo cruciale nella prima fase del piano Schlieffen-Moltke, tuttavia, lo spirito del ’14 fu molto simile a quello che aveva guidato gli eserciti alla battaglia delle Nazioni, nel 1813, a Lipsia. Così, quando i biffins francesi si lanciarono all’attacco delle armate tedesche, indossavano ancora la vecchia tenuta rossoblu, e caddero a migliaia, sotto il tiro delle armi automatiche e dei fucili dei soldati in Feldgrau.

D’altra parte, sulla Marna e sull’Aisne, i tedeschi, che attaccavano, ebbero modo di apprezzare le formidabili virtù tecniche del cannone francese da 75 dèport, che seminò la strage nelle loro file. Qualche settimana prima, i forti del Belgio, ritenuti imperforabili dalle più moderne artiglierie, erano stati malamente danneggiati dai pezzi superpesanti che la Krupp di Essen aveva fornito all’esercito del Kaiser: nella pubblicistica del periodo immediatamente precedente la guerra, perfino l’esistenza di quegli enormi obici da 42 centimetri era stata messa in dubbio, quando non in ridicolo, come in un articolo di un sedicente esperto italiano, che di mestiere faceva il capitano di vascello. Gli errori di valutazione circa l’impatto sulla guerra delle moderne tecnologie non si limitò alle armi convenzionali: anche nel campo di quelle sperimentali, all’inizio, vi furono errori a iosa, reticenze e colpevoli censure.

L’enorme potenziale dell’arma aerea, ad esempio, fu decisamente sottovalutato, quando non scopertamente ignorato, dai comandi tanto dell’Alleanza quanto dell’Intesa: perfino l’utilizzo dell’aereo come strumento d’osservazione dietro le linee nemiche, in collaborazione con l’artiglieria, all’inizio venne guardato con sospetto. Figuriamoci se concetti come quello di supremazia aerea o di bombardamento strategico potevano essere noti ai generali del 1914: questo era impossibile, eppure, nell’arco della guerra, essi divennero sempre più evidenti.

Va da sé che anche la tattica di approccio e di attacco dovette subire numerose modifiche, nel corso del conflitto: se le prime battaglie furono di sfondamento e di arresto, rapidamente si giunse allo scavo di due linee trincerate ininterrotte, che, di fatto riproposero il vecchio tema della guerra d’assedio. Era l’affermazione assoluta della vittoria della difesa sull’attacco: due eserciti che, per centinaia di chilometri, si assediavano reciprocamente. Naturalmente, questa situazione di stallo impose la creazione di tecniche d’invasione ed infiltrazione sempre più sofisticate e, per contro, di altrettanto sofisticati sistemi di difesa. I processi di adattamento, comunque, rimasero sempre lenti e piuttosto macchinosi: in pratica, risultava difficile per i comandanti imparare dai propri errori, soprattutto perché era loro difficile ammetterli.

Dapprima, si cercò di intervenire soltanto sulla tattica d’attacco: via via, si passò dalla preparazione d’artiglieria basata su numeri mostruosi e tempi lunghissimi, come nel caso della prima battaglia della Somme, nel 1916, a bombardamenti violentissimi e brevi, in cui l’assalto delle fanterie seguisse a poca distanza l’avanzare progressivo del tiro di distruzione, come nel caso del cosiddetto “creeping barrage” inglese o delle “Sturmtruppen” germaniche. Inoltre, i belligeranti impararono l’inutilità di attacchi su fronti troppo vasti, preferendo l’incursione di reparti scelti, in punti precisi del fronte, cui, solo in caso di successo, avrebbe fatto seguito l’invasione in massa. Nacquero così alcune specialità della moderna fanteria: le truppe d’assalto, gli incursori, i lanciafiamme, i sabotatori, gli arditi.

L’attacco, dal punto di vista dei soldati, vedeva diminuire il numero degli attaccanti, a favore di un armamento sempre più pesante e di un addestramento sempre più specifico. Possiamo dire che il primo esempio clamoroso dei successi conseguibili con una tattica di questo genere, basata su di una preparazione accurata, una logistica efficiente, una collaborazione interforze e, in definitiva, un’enorme cura dei dettagli, fu la conquista del Sabotino, nella sesta battaglia dell’Isonzo. Grazie all’utilizzo congiunto di tutti questi criteri, il formidabile baluardo della testa di ponte di Gorizia, che aveva resistito tenacemente agli assalti italiani per più di un anno, cadde in quaranta minuti, con perdite assai ridotte tra gli attaccanti delle brigate Toscana e Trapani. Si trattò, purtroppo, di un caso isolato, giacché, subito dopo, il Regio Esercito riprese, contro la nuova linea nemica, la vecchia tattica, con nuove, evitabili, stragi.

Marco Cimmino


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