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L’Agenzia Stefani: da Cavour a Mussolini, un secolo di informazione e potere

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di Giovanni Cecini

Dalla Torino di Cavour alla Repubblica Sociale Italiana: la storia dell’Agenzia Stefani racconta quasi un secolo di rapporti tra informazione e potere. Un viaggio nella nascita delle agenzie di stampa, nella propaganda e nel controllo politico delle notizie.

La storia dell’Agenzia Stefani è, in buona parte, la storia del rapporto tra informazione e potere nell’Italia contemporanea. Nata a Torino nel 1853 per iniziativa di Guglielmo Stefani e con l’appoggio di Cavour, accompagnò il Paese dal Regno di Sardegna all’Unità, dall’età liberale al fascismo, fino agli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana. A ricostruirne la vicenda è il volume “L’Agenzia Stefani da Cavour a Mussolini. Informazione e potere in un secolo di storia italiana”, scritto da Sergio Lepri, Francesco Arbitrio e Giuseppe Cultrera e pubblicato da Le Monnier. Un libro ormai datato, ma ancora prezioso per comprendere un organismo citato frequentemente negli studi sul fascismo e sulla stampa italiana, senza che spesso se ne conosca davvero il funzionamento.

La Stefani nacque in un momento decisivo. Il telegrafo stava rivoluzionando la circolazione delle notizie e Torino cercava di inserirsi nel sistema europeo dell’informazione, dominato da grandi agenzie come Havas a Parigi, Reuters a Londra e Wolff a Berlino. Cavour aveva compreso che la modernizzazione del Piemonte passava anche dalla velocità con cui le informazioni potevano essere ricevute e diffuse. Politica estera, diplomazia, Borsa, commerci: la notizia diventava una merce e, contemporaneamente, uno strumento politico. Fin dall’origine emerge però una questione destinata ad accompagnare la Stefani per tutta la sua esistenza: quanto può essere indipendente un’agenzia di stampa legata economicamente e politicamente allo Stato? Le notizie venivano talvolta selezionate, attenuate o presentate secondo le necessità del momento. Non era ancora la macchina propagandistica che sarebbe arrivata con il fascismo, ma il rapporto tra informazione e governo era già evidente.


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Con la Prima guerra mondiale questo legame divenne ancora più stretto. Censura, bollettini militari e necessità di controllare ciò che arrivava all’opinione pubblica attribuirono all’agenzia una funzione sempre più delicata. Ma fu con Mussolini che avvenne il salto definitivo. La Stefani diventò uno degli strumenti attraverso i quali il regime controllava e indirizzava l’informazione italiana. Le direttive governative, le comunicazioni ufficiali e successivamente l’apparato del Ministero della Cultura Popolare trasformarono l’agenzia in una vera cinghia di trasmissione tra potere e giornali. La guerra mise progressivamente in crisi anche questo sistema. Le sconfitte militari rendevano sempre meno credibili proclami e comunicati. Il 25 luglio 1943 segnò poi un paradosso: l’organismo che per vent’anni aveva vissuto a stretto contatto con il potere venne praticamente scavalcato dalla caduta di Mussolini e dovette rapidamente adattarsi al governo Badoglio.

Dopo l’8 settembre la Stefani seguì la Repubblica Sociale Italiana. Salò acquistò un ruolo particolare proprio come centro di diffusione delle comunicazioni del nuovo regime. L’ultimo direttore dell’agenzia, Ernesto Daquanno, seguì fino alla fine la sorte della RSI e venne ucciso nell’aprile 1945, finendo poi tra i corpi esposti a piazzale Loreto. Nel frattempo, nell’Italia liberata nasceva l’ANSA, organizzata come cooperativa dei giornali. Si chiudeva così una storia iniziata quasi un secolo prima con Cavour. Quella dell’Agenzia Stefani resta però una vicenda fondamentale per comprendere che controllare l’informazione non significa soltanto controllare ciò che viene pubblicato. Significa, prima ancora, controllare la fonte dalla quale le notizie cominciano il loro viaggio.

Giovanni Cecini


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