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Drobytsky Yar, il giorno in cui la neve coprì sedicimila morti

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Il 15 dicembre 1941 l’inverno aveva già steso il suo sudario sull’Ucraina. A Drobytsky Yar, una gola alla periferia di Charkiv, la neve cadeva fitta, come se volesse coprire in fretta quello che stava per accadere. Faceva meno quindici gradi. In quel giorno, mentre l’Europa era già avviata verso l’abisso, i tedeschi uccisero circa sedicimila persone. Quasi tutti ebrei. Uomini, donne, vecchi. E bambini. Era passato poco più di un mese dall’invasione dell’Unione Sovietica. La guerra lampo non era andata come previsto, ma la macchina dello sterminio funzionava già con una precisione inquietante. Non servivano campi, non servivano camere a gas. Bastavano una gola, delle fosse scavate in fretta e dei fucili. E degli uomini pronti a obbedire.


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Le vittime vennero condotte a gruppi. Camminavano nella neve, qualcuno scalzo, qualcuno stringendo un fagotto inutile. C’era chi pensava a un trasferimento, chi a un lavoro forzato. La speranza è un istinto testardo. Arrivati sull’orlo delle fosse, capivano. E allora c’erano le urla, le preghiere, il silenzio improvviso di chi non aveva più voce.

Si sparava. Ma i proiettili erano preziosi. Così, per risparmiare munizioni, i bambini venivano gettati vivi nelle fosse. Cadevano sui corpi già ammassati, piangevano, urlavano, poi il freddo faceva il resto. Morivano assiderati, lentamente, mentre la neve continuava a cadere. Pochi giorni dopo, in una villa elegante sul lago Wannsee, i nazisti avrebbero discusso con linguaggio burocratico della “soluzione finale”. Ma a Drobytsky Yar la soluzione era già stata trovata. Non c’erano verbali né grafici, solo sangue sulla neve.

Questo è l’Olocausto prima dell’Olocausto organizzato, quello delle pallottole e delle gole naturali, delle esecuzioni di massa lontano dai riflettori. È una storia meno conosciuta, ma non meno terribile. Perché qui non c’è distanza industriale, non c’è anonimato. Chi sparava vedeva in faccia chi moriva. Sentiva il rumore dei corpi che cadevano, i lamenti, il silenzio finale. Dopo la guerra, Drobytsky Yar rimase a lungo un luogo senza parole. La memoria fu scomoda, rimossa, sepolta sotto monumenti generici e frasi vaghe. Ma la neve, che quel giorno cercò invano di nascondere tutto, non ha cancellato nulla.

Jakob A. Steinberg