Al momento stai visualizzando I ragazzi del ’99: come nacque il mito dell’Italia salvata dai diciottenni

I ragazzi del ’99: come nacque il mito dell’Italia salvata dai diciottenni

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Blog

di Marco Cimmino

I ragazzi del ’99 entrarono nella leggenda dopo Caporetto. Diciottenni al fronte, divennero il simbolo dell’Italia che reagiva alla disfatta. Ma dietro il mito c’è una storia più complessa, fatta di veterani, propaganda e memoria.

I ragazzi del ’99 sono uno dei grandi miti italiani della Prima guerra mondiale. Basta nominarli e compare immediatamente l’immagine di diciottenni mandati al fronte dopo Caporetto, quasi strappati dai banchi di scuola per fermare gli austro-ungarici sul Piave e salvare una patria ormai sull’orlo del precipizio. Come spesso accade, però, la Storia è più complicata della leggenda. E forse anche più interessante.

I ragazzi del ’99 non furono volontari accorsi improvvisamente alle armi nel momento della catastrofe. Erano i coscritti nati nel 1899, una normale classe di leva, già sotto le armi e destinata comunque a entrare in linea. Quando arrivò Caporetto, dunque, non vennero inventati dal nulla per tappare una falla. La disfatta accelerò il loro impiego e trasformò quella generazione in qualcosa che le altre non erano riuscite a diventare: un simbolo.

Il battesimo della leggenda arrivò durante la prima battaglia del Piave, quando alcuni reparti formati da giovanissimi furono impiegati contro gli austro-ungarici. Da quel momento cominciò la costruzione del mito. Quei diciottenni furono rappresentati come l’esercito nuovo che nasceva dalle macerie di Caporetto.

Ed è qui che la memoria diventa selettiva. Perché prima di loro c’erano state altre classi di leva. Quelle del 1893, 1894, 1895 e 1896 avevano sopportato una parte enorme del peso della guerra. Avevano conosciuto il Carso, l’Isonzo, gli assalti, le trincee, i bombardamenti e perdite spaventose. Erano generazioni consumate da anni di guerra. Eppure nessuno parla dei ragazzi del ’95 con la stessa emozione con cui ancora oggi vengono ricordati quelli del ’99.

La ragione è abbastanza semplice: i ragazzi del ’99 arrivarono al momento giusto per diventare una leggenda. Non avevano alle spalle le sconfitte e il logoramento delle generazioni precedenti. Erano giovani, nuovi, ancora incontaminati dalla lunga guerra di posizione. Potevano incarnare perfettamente l’idea della rinascita dopo Caporetto.

Ma la loro vera importanza fu probabilmente un’altra. Quando arrivarono al fronte incontrarono uomini che combattevano da anni. Veterani esperti, capaci di riconoscere i pericoli della trincea, ma spesso stanchi e demoralizzati. Dall’altra parte c’erano diciottenni inesperti, ma ancora pieni di energia. Si produsse così una sorta di osmosi: i veterani trasmisero ai giovani il mestiere della guerra, mentre i giovani restituirono ai veterani una parte dell’entusiasmo perduto.

Perché anche la guerra, per quanto possa sembrare terribile dirlo, era un mestiere che si imparava. Il soldato appena arrivato al fronte era spesso quello più esposto. Non conosceva gli angoli morti, non sapeva interpretare i rumori dell’artiglieria, non aveva ancora sviluppato quegli automatismi che potevano significare la differenza fra vivere e morire. Il veterano, invece, aveva imparato a sopravvivere.

Da questo incontro nacque una parte importante dell’esercito italiano del 1918. Ma dalla realtà nacque presto anche il mito. I ragazzi del ’99 divennero la rappresentazione di un’Italia giovane che si rialzava, di una nazione rigenerata dalla prova della guerra. Non era più soltanto una questione militare: diventava un racconto politico e generazionale.

Ed è significativo che proprio l’esaltazione della giovinezza, dell’uomo nuovo e della generazione forgiata dalla guerra sarebbe riapparsa con forza nel dopoguerra. Il fascismo avrebbe fatto della giovinezza uno dei propri miti fondamentali, contrapponendola al vecchio mondo liberale, parlamentare e giolittiano. Naturalmente questo non significa trasformare i ragazzi del ’99 in fascisti ante litteram. Significa piuttosto comprendere come alcuni miti nati nelle trincee sopravvissero alla guerra e furono successivamente riutilizzati dalla politica.

C’è infine un piccolo paradosso che racconta meglio di molti discorsi il funzionamento della memoria. Tutti conoscono i ragazzi del ’99. Quasi nessuno ricorda quelli del 1900. Eppure anche la classe 1900 venne chiamata alle armi e raggiunse l’esercito nell’ultima fase del conflitto. Erano ancora più giovani. Ma arrivarono troppo tardi per conquistarsi un posto nella leggenda.

La storia, del resto, non distribuisce equamente la memoria. Alcuni combattono per anni e vengono dimenticati. Altri arrivano nel momento esatto in cui un Paese ha bisogno di un simbolo. I ragazzi del ’99 furono certamente soldati veri, combatterono davvero e meritarono il rispetto che ancora oggi viene loro tributato. Ma furono anche qualcosa di più grande di loro: divennero il racconto di un’Italia che, dopo Caporetto, voleva convincersi di essere rinata.

Marco Cimmino


Per sostenere L’Universale: https://paypal.me/luniversaleditore

Per sostenere L’Universale: Codice IBAN IT13M0760104800001027873882, nome del destinatario Poma Stefano

Da oggi puoi ricevere i Pamphlet de «L’Universale»: brevi saggi storici scritti dai nostri migliori autori. Ogni mese nuovi contenuti esclusivi direttamente sul tuo dispositivo. Per riceverli scrivete all’indirizzo e-mail pubblicazioni@luniversaleditore.it con oggetto “Abbonato”.

Link per abbonarsi al canale YouTube «L’Universale»: https://www.youtube.com/channel/UCcWX9HDJjfwbxDxae7OQ_SA/join