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Il sabato nero di Roma

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La mattina del 16 ottobre 1943, all’alba, le truppe tedesche al comando del tenente colonnello delle SS Herbert Kappler misero in atto un’operazione pianificata con precisione: il rastrellamento del Ghetto ebraico di Roma. L’obiettivo era deportare la comunità ebraica romana, ovvero una delle più antiche d’Europa. In poco più di nove ore, circa 1.200 persone furono catturate nelle loro case, tra cui molti anziani, donne e più di 200 bambini.

L’operazione fu brutale e metodica: i soldati irruppero nelle abitazioni, non lasciando il tempo di fuggire e nemmeno di capire cosa stesse effettivamente accadendo. I deportati furono condotti nel Collegio Militare di via della Lungara e, dopo due giorni, caricati su un treno merci diretto ad Auschwitz. Solo 16 di loro tornarono: 15 uomini e una sola donna. Nessuno dei bambini sopravvisse. Il rastrellamento avvenne mentre Roma era sotto occupazione nazista, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.


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Il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana non fece nulla per impedire l’azione e le autorità italiane collaborarono in molti casi con i tedeschi. Oggi, quel giorno è ricordato come simbolo della persecuzione degli ebrei in Italia. Le “pietre d’inciampo” davanti alle case dei deportati, il Museo della Shoah e le commemorazioni ogni anno al Portico d’Ottavia, tengono viva la memoria di una ferita profonda. Ricordare il 16 ottobre 1943 non è solo un dovere storico, ma un atto di responsabilità civile, per non dimenticare mai.

Lidia Farci