di Stefano Poma
Una generazione cresciuta nel mito della Grande Guerra, ma arrivata troppo tardi per combatterla. Leo Longanesi e i giovani del dopoguerra cercarono nell’avventura, in D’Annunzio e poi nel fascismo una risposta alle inquietudini del loro tempo.
La Grande Guerra entrò nelle scuole, nelle famiglie, nei giornali e persino nei giochi dei ragazzi. Ogni paese contava i propri caduti, ogni famiglia aveva qualcuno al fronte, mentre manifesti, bollettini e cronache raccontavano quotidianamente il sacrificio dei soldati. Fu in questo clima che crebbe la generazione di Leo Longanesi: troppo giovane per combattere, abbastanza grande per assorbire tutta la retorica della guerra. Quando il conflitto terminò, nel 1918, quei ragazzi provarono una sensazione difficile da comprendere oggi. Avevano trascorso l’infanzia ascoltando racconti di battaglie, di eroismo e di sacrificio. Poi videro tornare i reduci: uomini feriti, mutilati, segnati dalla guerra, ma che ai loro occhi possedevano qualcosa che loro non avrebbero mai avuto. Avevano partecipato alla grande avventura della loro generazione.
Longanesi e i suoi coetanei, invece, erano arrivati troppo tardi. La pace avrebbe dovuto rappresentare un sollievo. Per molti di loro fu quasi una delusione. Erano stati educati alla patria e al combattimento e improvvisamente si ritrovarono in un’Italia impoverita, inquieta, attraversata dalle tensioni sociali del dopoguerra. Longanesi avrebbe riassunto quella condizione con poche parole: volevano ancora combattere, ma la guerra era finita. In quel vuoto irruppe Gabriele D’Annunzio. Per molti giovani non era semplicemente un poeta. Era l’uomo che aveva volato su Vienna, partecipato alla guerra e occupato Fiume. Aveva trasformato la propria esistenza in un’avventura. E per ragazzi cresciuti nel mito dell’eroismo, l’avventura poteva risultare molto più affascinante di qualsiasi programma politico.
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È anche dentro questo clima generazionale che va collocata l’adesione di Longanesi al fascismo delle origini. Non fu inizialmente la conseguenza di una dottrina politica elaborata. Il primo fascismo appariva come un contenitore ancora confuso, nel quale convivevano nazionalisti, ex socialisti, reduci, interventisti e sindacalisti rivoluzionari. A molti giovani sembrò la prosecuzione, in tempo di pace, delle passioni che la guerra aveva acceso.
Longanesi fu uno di loro. Con una differenza fondamentale: non riuscì mai a diventare un vero credente. Anche quando aderiva, osservava. Anche quando partecipava, giudicava. Il caricaturista che era in lui gli impediva di inginocchiarsi completamente davanti a qualsiasi idea. La sua storia racconta così qualcosa di più della vicenda di un singolo uomo. Racconta una generazione cresciuta aspettando una guerra, arrivata troppo tardi per combatterla e poi precipitata nella grande illusione politica del dopoguerra.
Stefano Poma
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