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Il libro che annunciò la catastrofe

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di Stefano Poma

Il Mein Kampf non fu soltanto il libro di Hitler, ma il luogo in cui molte delle sue intenzioni furono anticipate. Un viaggio nella genesi dell’ideologia nazista e nell’errore di chi lesse quelle parole senza credere che sarebbero diventate realtà.

Esistono libri che cambiano la storia perché vengono letti. E ne esistono altri che la cambiano perché non vengono letti abbastanza. Il Mein Kampf appartiene, con una certa macabra originalità, a entrambe le categorie. È probabilmente uno dei libri più famosi del Novecento e certamente uno dei meno conosciuti. Tutti sanno chi lo scrisse, quasi tutti sanno più o meno che cosa contiene, moltissimi ne parlano, pochi possono dire di averlo letto dalla prima all’ultima pagina. E, bisogna riconoscerlo, Hitler fece parecchio per scoraggiare i volenterosi: il libro è lungo, ripetitivo, disordinato e quasi sempre noioso. Come scrittore il futuro Führer non possedeva neppure lontanamente il talento che attribuiva a se stesso come pittore, e già questo dovrebbe dirci qualcosa. Ma giudicare il Mein Kampf per il suo valore letterario sarebbe come giudicare una bomba dalla qualità della vernice.

Il problema non è come fu scritto. Il problema è ciò che conteneva e, soprattutto, ciò che accadde dopo. Hitler cominciò a elaborarlo nel 1924, quando non era ancora il padrone della Germania ma un detenuto nella prigione di Landsberg, dove era finito dopo il fallimento del Putsch di Monaco. Agli occhi di parecchi contemporanei era un uomo politicamente finito, un agitatore bavarese che aveva tentato di imitare la marcia su Roma di Mussolini ottenendo, al posto del governo, una condanna per alto tradimento. Sembrava una carriera conclusa. Era invece soltanto l’intervallo. Landsberg non fu la tomba politica di Hitler, ma la sua officina. Le condizioni della detenzione erano tutt’altro che terribili. Hitler riceveva visite, leggeva, discuteva e poteva lavorare.

Accanto a lui c’era Rudolf Hess, che ne raccoglieva pensieri e dettati. Hitler parlava molto, e questo non sorprenderà nessuno. Camminava, ricordava, accusava, costruiva nemici e immaginava il futuro. Da quelle interminabili conversazioni nacque un libro che avrebbe dovuto chiamarsi, con la sobrietà che caratterizzava il personaggio, Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogne, stupidità e codardia. L’editore, Max Amann, ebbe l’idea editoriale di accorciare il titolo. Rimase Mein Kampf, “La mia battaglia”. Era decisamente meglio e, soprattutto, diceva tutto. Per Hitler la vita era infatti una battaglia. Lo era quella degli individui, lo era quella dei popoli, lo era quella delle razze. Nel suo universo non esistevano compromessi, esistevano vincitori e vinti. Non esisteva convivenza, esisteva competizione. Non esisteva una società composta da individui diversi, esisteva una comunità che doveva essere purificata, disciplinata e guidata.

Questa visione non nacque a Landsberg. Hitler se la portava dietro da molto tempo. Nato nel 1889 a Braunau, al confine tra Austria e Germania, aveva trascorso la giovinezza coltivando aspirazioni artistiche che l’Accademia di Belle Arti di Vienna si incaricò per due volte di ridimensionare. Nella capitale dell’Impero austro-ungarico visse anni precari, vendendo acquerelli e frequentando quell’ambiente nel quale circolavano nazionalismo pangermanista, antisemitismo politico e teorie razziali pseudoscientifiche. Hitler non inventò quasi nessuna delle idee che avrebbe poi predicato. Le trovò già pronte. Il suo talento, se così vogliamo chiamarlo, consistette nel raccoglierle, semplificarle, radicalizzarle e trasformarle in una spiegazione universale.

Poi venne la Grande Guerra. Per l’uomo che fino a quel momento aveva trovato ben poco posto nella società civile, l’esercito offrì finalmente una comunità. Hitler combatté, venne decorato e visse la sconfitta del 1918 come un trauma. Come molti tedeschi si convinse che la Germania non fosse stata battuta militarmente, ma tradita dall’interno. Era la leggenda della “pugnalata alle spalle”. Falsa, perché la Germania quella guerra l’avrebbe persa, ma politicamente utilissima. Le spiegazioni false hanno spesso un vantaggio su quelle vere. Sono molto più semplici. E Hitler aveva capito che gli uomini, quando hanno paura, preferiscono quasi sempre una risposta sbagliata di dieci parole a una risposta giusta di dieci pagine.

Nel dopoguerra trovò finalmente il mestiere per il quale sembrava possedere un talento autentico: la politica. Entrò nel piccolo Partito dei Lavoratori Tedeschi e scoprì di saper parlare alle folle. Non ragionava con il pubblico, lo eccitava. Non spiegava, indicava. Non proponeva problemi, forniva colpevoli. La crisi economica, la sconfitta, Versailles, la disoccupazione, il disordine politico diventavano pezzi di un unico racconto. La Germania era stata grande, qualcuno l’aveva tradita, bisognava restaurarne la potenza. Mancava soltanto l’uomo capace di farlo. Hitler, naturalmente, aveva già in mente il candidato. Lui stesso. Il fallimento del Putsch del ‘23 gli diede una lezione decisiva: il potere non sarebbe stato conquistato copiando Mussolini e marciando maldestramente per Monaco. Bisognava entrare nello Stato prima di distruggerlo.

La democrazia offriva strumenti che potevano essere utilizzati contro la democrazia stessa. Elezioni, propaganda, organizzazione di massa e consenso. Hitler uscì da Landsberg avendo compreso che la legalità poteva diventare la strada verso la dittatura. Il Mein Kampf è il documento di questa trasformazione. Non è propriamente un’autobiografia, anche se contiene molta autobiografia. Non è propriamente un programma politico, anche se contiene un programma politico. Non è un trattato, perché manca del rigore necessario a esserlo. È piuttosto una mappa mentale. E la mente che vi appare è ossessivamente coerente proprio nella sua confusione. I due volumi, pubblicati nel ‘25 e nel ‘26, raccontano prima la costruzione del personaggio Hitler e poi la costruzione del suo progetto politico.

Nel primo l’autore riscrive la propria vita trasformando gli insuccessi in tappe di una predestinazione. Il pittore respinto diventa l’artista incompreso. Il soldato sconfitto diventa il patriota tradito. L’agitatore finito in carcere diventa il profeta perseguitato. È una tecnica antica. Quando un uomo politico scrive la propria autobiografia, generalmente scopre che tutti gli avvenimenti della sua vita avevano avuto l’unico scopo di prepararlo alla grandezza. Nel secondo volume il racconto personale lascia maggiore spazio al progetto. Ed è qui che il libro diventa storicamente decisivo. Compaiono il disprezzo per la democrazia parlamentare, il principio del Führer, la propaganda di massa, l’espansionismo verso oriente, il “Lebensraum”, l’anticomunismo e soprattutto la concezione razziale della storia. Hitler vedeva l’umanità come una gerarchia biologica.

Al vertice collocava gli “ariani”, ai quali attribuiva la creazione della civiltà. All’estremo opposto collocava gli ebrei, trasformati nel nemico universale. La logica delle accuse contava poco. Gli ebrei potevano essere contemporaneamente responsabili del capitalismo e del comunismo, della finanza e della rivoluzione, dell’internazionalismo e della decadenza nazionale. Una contraddizione che avrebbe dovuto rendere ridicola l’accusa e che invece ne aumentava l’efficacia. Se il nemico è responsabile di tutto, non occorre più spiegare nulla. L’antisemitismo hitleriano non era un dettaglio ornamentale del nazionalsocialismo. Era uno dei suoi cardini. E nelle pagine del Mein Kampf compare già con una violenza che avrebbe dovuto allarmare assai più di quanto fece.

Lo stesso vale per lo spazio vitale. Hitler sosteneva che la Germania dovesse conquistare territori nell’Europa orientale. Non parlava semplicemente di restituire al Reich ciò che Versailles gli aveva tolto. Immaginava una trasformazione radicale degli equilibri europei attraverso la forza. Quando anni dopo avrebbe invaso la Polonia e poi l’Unione Sovietica, molti avrebbero parlato di imprevedibilità hitleriana. Era una definizione generosa verso coloro che non avevano voluto leggere ciò che Hitler aveva scritto. Il vero mistero del Mein Kampf non è ciò che contiene. È il fatto che quasi nessuno volle credergli. Intellettuali e giornalisti lo consideravano troppo rozzo. I conservatori tedeschi lo ritenevano utile ma controllabile e industriali, aristocratici e militari vedevano in lui soprattutto un argine al comunismo.

Quando Hindenburg lo nominò cancelliere il 30 gennaio del ‘33, molti pensarono di averlo chiuso in una gabbia istituzionale e non si accorsero di avergli consegnato le chiavi del potere. Anche all’estero prevalse a lungo una convinzione rassicurante: una volta arrivato al governo, Hitler si sarebbe moderato. Il potere, si diceva, rende responsabili. A volte è vero. Altre volte rende semplicemente più potenti. Hitler apparteneva alla seconda categoria. Non considerava il governo il punto d’arrivo della propria carriera, ma lo strumento necessario per applicare il proprio progetto. E infatti procedette rapidamente.

Dopo l’incendio del Reichstag furono compresse le libertà civili. Gli oppositori furono arrestati. I comunisti eliminati dalla vita politica. I sindacati sciolti. I partiti cancellati. Nel giro di pochi mesi la Repubblica di Weimar cessò praticamente di esistere. Il principio del Führer, che sulla carta poteva essere liquidato come una delle tante fantasie autoritarie dell’autore, divenne struttura dello Stato. Poi toccò alla politica razziale. Le Leggi di Norimberga del ‘35 privarono gli ebrei di diritti fondamentali e trasformarono il pregiudizio in norma giuridica. La Notte dei Cristalli del ‘38 segnò un ulteriore salto nella violenza. Con la guerra la persecuzione avrebbe infine raggiunto lo sterminio sistematico. Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che Auschwitz fosse già descritto dettagliatamente nel Mein Kampf. Non lo era.

La storia non funziona come un copione scritto vent’anni prima e recitato senza modifiche. Ma le premesse ideologiche erano presenti: razzismo biologico, antisemitismo radicale, eliminazione del nemico, culto della forza, subordinazione dell’individuo alla comunità nazionale. Il libro non conteneva la cronaca futura del Terzo Reich, ma ne conteneva buona parte della grammatica. Lo stesso accadde in politica estera. Rimilitarizzazione della Renania, Anschluss, Sudeti, distruzione della Cecoslovacchia, invasione della Polonia e infine attacco all’Unione Sovietica. Passo dopo passo la politica hitleriana si avvicinò a quella conquista dello spazio orientale che era stata teorizzata anni prima.

C’è poi un altro paradosso. Il Mein Kampf, diventato nell’immaginario collettivo il libro del nazismo, inizialmente vendeva poco. Le recensioni erano mediocri e la prosa dell’autore non aiutava. Fu Hitler a vendere il libro, non il libro a vendere Hitler. Le copie aumentarono insieme ai voti nazionalsocialisti e, dopo il ‘33, l’opera divenne un oggetto del regime nazista. Fu regalata agli sposi, distribuita, esposta, trasformata in simbolo di appartenenza. Milioni di tedeschi la possedevano, anche se questo non significa che milioni di tedeschi la leggessero. Probabilmente molti la tenevano sullo scaffale con quella deferenza che si riserva ai libri che tutti rispettano e nessuno apre. Hitler ne ricavò un considerevole beneficio economico. L’autore che aveva fallito come pittore riuscì molto meglio come beneficiario dei diritti d’autore. Entro la fine del Terzo Reich le copie diffuse erano milioni.

Per uno storico è una fonte. E le fonti non si processano: si interrogano. Il compito dello storico non consiste nel bruciare i documenti sgradevoli, ma nel sottrarli al mito attraverso la conoscenza. Letto criticamente, contestualizzato, confrontato con i fatti e con le altre fonti, il Mein Kampf perde molta dell’aura sinistra che lo circonda e mostra anche la propria mediocrità. È il libro di un uomo che possedeva poche idee, molte ossessioni e una formidabile capacità di trasformare le seconde nelle prime. Il vero pericolo consiste nel considerarlo un reperto proveniente da un’umanità scomparsa. Hitler è morto. Il Terzo Reich è morto. La Germania che lo portò al potere non esiste più. Ma i meccanismi sui quali costruì il proprio successo sono assai meno morti di lui: la ricerca del capro espiatorio, la riduzione di problemi complessi a spiegazioni elementari, la costruzione di un nemico assoluto, il disprezzo del pluralismo, la promessa dell’uomo forte, la disponibilità a cedere libertà in cambio di sicurezza.

Nessuno di questi fenomeni fu inventato da Hitler e nessuno scomparve nel bunker di Berlino nel 1945. Ed è forse qui che il Mein Kampf conserva il suo interesse più autentico. Non insegna soltanto qualcosa su Hitler, insegna qualcosa sugli uomini che gli credettero e, soprattutto, su quelli che non gli credettero abbastanza. La tragedia non fu soltanto che un fanatico scrivesse quelle considerazioni, perché di fanatici la Storia è sempre stata generosa. La tragedia fu che milioni di persone, in una delle società più moderne d’Europa, finirono per consegnargli gli strumenti necessari a realizzarle. Prima delle SS ci furono le parole. Prima delle leggi razziali ci furono le teorie razziali. Prima delle invasioni ci furono i progetti di conquista. Prima dei campi di sterminio ci fu la progressiva trasformazione di esseri umani in nemici, parassiti, problemi da eliminare. Hitler scrisse il proprio programma. Il mondo ebbe la possibilità di leggerlo. Il problema fu che, quando finalmente cominciò a credergli, era ormai troppo tardi.


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